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La democrazia attenuata 1/5

Questo è il primo di 5 post collegati relativi ai limiti della democrazia. Vi offro la riduzione di un lavoro più ampio che mi ha impedito di essere presente di recente con argomenti di attualità.

Si tratta di un lavoro decisamente tecnico reso ancora più ostico dal fatto che viene pubblicato in forma ridotta.

Complimenti vivissimi a chi riuscirà ad arrivare in fondo.

Se si esclude un manipolo di precursori, da Condorcet a Serge Latouche - il dibattito sui limiti della democrazia è questione relativamente recente: il mio contributo è teso a rimarcare il punto di vista, attinente alle ragioni “profonde” del successo e dei limiti del sistema politico ed economico occidentale, che è connesso alla struttura psicologica dell'uomo.

Anticipo in una battuta la conclusione: sfortunatamente, l'ampliamento dell'analisi a questi ambiti non induce all'ottimismo: se le mie osservazioni fossero, come ritengo siano, sostenibili, sarebbero invalidati alla radice parte degli strumenti concettuali fin qui usati per analizzare e modificare i sistemi sociali e politici. O, se si preferisce, in questo elaborato offro alcuni spunti non convenzionali di riflessione circa le cause del fallimento sia dell'analisi sia dell'azione politica quando si rivolge alla ricerca di sistemi alternativi rispetto all'attuale.

Secondo Erich Fromm1, ma non solo, l’uomo ha due driver comportamentali: uno biofilo ed uno distruttivo.

Se non si può affermare che Fromm abbia apportato concetti nuovi in merito alle forze che indirizzano i comportamenti umani, ha tuttavia il merito di evidenziare come ciascun essere, per ragioni fisiologiche e psicoanalitiche abbia una inclinazione predefinita che difficilmente può essere modificata.

Eric Berne, padre dell'analisi transazionale, è diventato famoso per aver intuito e giustificato in chiave psicologica che molta parte del comportamento socialmente accettato è una forma di “assicurazione collettiva” per permettere la stabilità delle comunità e la gratificazione degli individui.

Secondo Berne2 in ciascuno di noi albergano tre entità distinte, il Bambino, l'Adulto ed il Genitore. L'Adulto, almeno inizialmente, è visto come colui il quale presiede alla gestione della realtà contingente; è quello che “fa attraversare la strada... guidare l'automobile”. Non è cioè inteso come entità che deve mediare differenti istanze, a meno che non si tratti di banalità, come l'ordine con il quale fare le commissioni.

Il Genitore è una sorta di magazzino contenente tutti i nastri registrati che contengono precetti morali ma anche i rimproveri e le svalutazioni che abbiamo sopportato, con particolare riferimento alle esperienze infantili.

Il Bambino è anche l'istinto, la sede della creatività, del divertimento e dell'amore, ma anche dello spirito distruttivo. E' il motore, nel bene o nel male di ogni nostra iniziativa istintuale.

L'interazione tra queste tre parti genera la gamma dei comportamenti del singolo, mentre
i rapporti interpersonali possono essere spiegati con l'interazione tra le sei persone presenti nei due individui. In questo senso Berne nel suo classico “A che gioco giochiamo” propone una mappatura piuttosto completa delle interazioni sociali e degli scopi che queste si prefiggono.

E' ampiamente accettato dalla dottrina psicoanalitica che non riconoscere e gestire le proprie pulsioni non consente un approccio equilibrato alla vita, e come sostenuto da Daniel Goleman3 questo processo può essere, entro certi limiti, esteso anche ad una collettività.

Quindi tanto meno una società è consapevole delle proprie lacune4 e incapace di gestire i propri istinti, tanto maggiori sono le probabilità che non possa organizzarsi in modo costruttivo, sia in senso politico che sociale5.

1Fromm E. Anatomia della distruttività umana, Mondadori, Milano, 12 ristampa 1996;

2Berne E. A che gioco giochiamo, Fabbri, 19 ed. Bompiani Milano, 2004;

3Goleman D. Menzogna autoinganno illusione, BUR Milano, 1998;

4“Lacuna” è il termine che Goleman usa come equivalente per la collettività della nevrosi;

5Credo che in questo senso sarebbe di estremo interesse capire quanto la Shoah abbia traumatizzato il popolo ebraico e se la questione palestinese non sia anche una conseguenza “nevrotica” di tale trauma;

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