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Le organizzazioni a rete

Questo post riparte da dove ci eravamo lasciati la volta scorsa.
Perchè una organizzazione cambia nel tempo?
 

Quali sono le reazioni delle imprese ai tempi della società liquida?


I tempi sono cambiati

Tra i valori che la società postindustriale ha iniziato a considerare con maggiore attenzione troviamo l'individualismo e la ricerca della personalizzazione.

La conseguenze a livello industriale furono la demassificazione del mercato e la variabilità dei gusti, che collidevano con una organizzazione rigida e con la programmazione pluriennale.

Le organizzazioni industriali sia per esigenze di mercato sia per problemi ambientali, ricordiamo che gli anni 70 furono anche gli anni degli shock energetici, avevano bisogno di reagire agli stimoli con rapidità.

Questa situazione ha quindi spinto le imprese a cercare nuovi modi di competere ed organizzarsi e localizzarsi laddove si trovino le risorse migliori e le mentalità più adeguate per operare.

In fondo il neologismo “glocal”, fa riferimento alla necessità di pensare e rapportarsi alle richieste dell'ambiente seguendo i valori della comunità locale, usando le economie di scala che può offrire una divisione del lavoro strutturata a livello internazionale.


Le organizzazioni a rete

La rete è una forma organizzativa particolare dove il rapporto tra i nodi (i componenti) non è mai unidirezionale e i nodi non sono omogenei, ovvero non si tratta solo di aziende ma ci sono anche altre organizzazioni.

Una rete non genera solo un rapporto cliente - fornitore. C'è un flusso bidirezionale tra i nodi dove, oltre allo scambio di merci se ne verificano altri ugualmente importanti, in entrambe le direzioni. Flussi culturali, formativi, informativi. E più ci si allontana dal flusso bidirezionale e più ci si allontana dalla rete.

Oltre che dalla disomogeneità strutturale la rete è caratterizzata anche da un rapporto di moderazione nello sfruttamento del proprio potere di mercato. I nodi sono consapevoli dell'esistenza di valori comuni, di modi di operare condivisi e di sostanziale compatibilità tra gli obiettivi individuali. Si cerca cioè un tipo di rapporto “win to win”.

Così a differenza di quanto avviene nei rapporti tradizionali di mercato c'è molta elasticità nel trattare. E' come nei matrimoni. Non si guarda alla singola transazione, ma all'insieme del rapporto.
Questo atteggiamento quindi permette di superare eventuali situazioni critiche senza eccessive lacerazioni del tessuto organizzativo e permette di costruire un rapporto che va ben oltre a quello puramente mercantilistico.
Sia chiaro, la descrizione che offro non è idealizzata: tra le imprese costituenti la rete c'è collaborazione ma anche competizione. Ognuno opera per il raggiungimento del proprio obiettivo e la fiducia non è offerta in modo immediato e incondizionato.

Queste condizioni tuttavia non creano problemi di funzionamento, anzi sono elementi di stabilità del sistema, perchè il controllo reciproco sulla base di valori condivisi rende ciascun attore consapevole che potrà fare poca strada deviando dalle regole comuni, e l'espulsione dal sistema è un deterrente molto efficace.

La rete genera un rapporto di “fiducia armata” in base al quale il fornitore riesce a diventare una parte dell'azienda committente pur restando nei fatti una entità terza.

La questione molto interessante è che la rete, a causa della struttura coordinata non strettamente verticistica può rispondere con rapidità, efficacia ed innovazione agli stimoli dell'ambiente.

La rete apprendere rapidamente e reagisce con capacità impensabili per le aziende tradizionali.

Ben lo sanno gli americani che stanno cercando da anni di smantellare Al Qaeda, una organizzazione rete che proprio per questo è difficilmente gestibile con i mezzi tradizionali di contrasto.

La dottrina sociologica è oggi concorde nel considerare che
  • i legami forti formalizzano e irrigidiscono. Tendono quindi ad essere un danno piuttosto che una risorsa, all'opposto dei legami deboli, che fluidificano e risolvono.
  • Per costituire una rete non occorre essere motivati da fini altruistici: sono i fini individualistici quelli che fanno funzionare la rete. Ci si mette insieme per “fare massa” per produrre quei beni /servizi che fanno comodo a tutti e che in genere sono costituiti tanto da oggetti quanto da relazioni, ma sempre affinchè ciascuno possa ottenere i propri obiettivi.
  • La competenza professionale è un requisito essenziale ma non sufficiente affinchè la rete non fallisca.
  • La fiducia non è un prerequisito per il funzionamento del meccanismo di rete, anzi in genere questa compare in seguito alla collaborazione e la sanzione per la sua revoca può comportare l'espulsione dell'attore dalla rete.
  • Occorre la volontà di fare rete e occorre anche un organo di controllo e disciplina, che potremmo definire di governance piuttosto che di governo.

Mi pare che a fronte di queste considerazioni diventi evidente che riuscire a creare una rete è un obiettivo che potrebbe potenzialmente interessare ciascuno di noi.

Per creare una rete, prima ancora di partire con il tentativo di ramificare le proprie conoscenze in modo compulsivo è necessario però riflettere su
  • quali problemi vogliamo risolvere creando una rete;
  • quali problemi siamo in grado di risolvere agli altri;
  • quali siano i valori condivisi e quali siano le regole di comportamento attese;
  • come creare un organo di governance;
  • come abbandonare la mentalità della ricerca del legame forte, dell'unitarismo, che sarà forse rassicurante ma che di certo non è più adeguato ai tempi. 


      

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